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Chi vuole la pace? PDF Stampa E-mail
Scritto da Cobra Pliskin   
Martedì 12 Ottobre 2010 11:14
abbas-netanyahu
Abbas e Netanyahu
Dopo una partenza in pompa magna i negoziati di pace israelo-palestinesi pare si siano arenati, almeno apparentemente, sul solito scoglio delle costruzioni negli insediamenti.
I negoziati erano partiti il 14 Settembre a Washington e sono continuati poi a Sharm el Sheik a Gerusalemme con incontri tra i due leader, Netanyahu e Abbas, che hanno fatto da apripista ai successivi colloqui tra le rispettive delegazioni che si sarebbero dovute occupare dei dettagli sugli accordi di massima presi dai leader.
Israele, nella sua stragrande maggioranza, è d'accordo sulla formula "due popoli - due stati", e la Knesset rispetta nelle proporzioni questo orientamento, molto differente è la posizione palestinese.
La componente che fa capo a al-Fatah pare abbia abbracciato l'idea "due popoli - due stati" ma con molti distinguo che possono riassumersi nel rifiuto di riconoscere Israele come stato ebraico che tra l'altro continua ad essere assente dalle cartine geografiche usate dai palestinesi, a tutti i livelli (anche nelle scuole).
Netta e inequivocabile è invece la posizione del gruppo terroristico Hamas, che guida Gaza, per il quale lo stato di Israele deve scomparire per lasciare il posto allo stato palestinese.
Abbas, il presidente dell'Autorità Palestinese nonché negoziatore di parte palestinese, attualmente rappresenta, nella migliore delle ipotesi, solo il 50% del suo popolo.
È facilmente intuibile che i problemi sono, come al solito, sul versante palestinese piuttosto che quello israeliano, Netanyahu, che viene considerato un falco, nel
mubarak
Mubarak
Novembre dello scorso anno decise il congelamento delle costruzioni negli insediamenti proprio nel tentativo di favorire un negoziato diretto con i palestinesi, ma ci sono voluti 9 mesi, una vera e propria gestazione, per convincere Abbas ad iniziare i negoziati.
Ho affermato che solo apparentemente la ragione dell'ennesimo stop ai negoziati dipenda dalle costruzioni negli insediamenti perché non ritengo che sia questo il vero problema.
I negoziati sono cominciati solo 12 giorni prima della scadenza della moratoria alle costruzioni negli insediamenti (26 Settembre), e ci sono stati incontri anche dopo tale data, come mai improvvisamente la moratoria è diventata di nuovo conditio sine qua non?
La vera ragione è da ricercare tra i "fratelli" arabi che in un primo momento avevano insistito affinché Abbas accettasse di iniziare dei negoziati diretti, l'Arabia Saudita aveva addirittura promesso aiuto economico, mentre ora si sono notevolmente raffreddati "consigliando" di tornare a dei negoziati indiretti.
Prima e dopo ogni incontro con Netanyahu Abbas è costretto a farsi il giro delle capitali arabe, prima per ricevere istruzioni e dopo per metterli al corrente di cosa è stato detto, in effetti qualsiasi negoziato che veda impegnati i soli rappresentati palestinesi è di per se un negoziato INDIRETTO.
I palestinesi, purtroppo per loro, non sono riconosciuti come popolo nemmeno dai loro fratelli arabi ma rappresentano solamente una spina nel fianco di Israele che gli arabi, dopo aver perduto cinque guerre nel tentativo di distruggere lo stato ebraico, sta usando da anni per poter riportare almeno una vittoria nei confronti di Israele.
Evidentemente non sono piaciuti gli ultimi rapporti, soprattutto non saranno piaciute le richieste di Abbas ai fratelli arabi, una volta che fosse stato riconosciuto lo stato palestinese.
La paura ha cominciato a serpeggiare in Medio Oriente: vuoi vedere che questo imbecille chiude davvero un accordo di pace con Israele?
Il mondo arabo di uno stato palestinese non sa proprio cosa farsene, anzi diventerebbe un grosso problema, la spina passerebbe dal fianco di Israele a quello dei Paesi arabi più vicini che dovrebbero prendersi carico di un Paese inesistente, senza alcuna struttura amministrativa, abituato a PRETENDERE che siano gli altri a risolvergli i problemi piuttosto che rimboccarsi le maniche a farlo da soli.
I "fratelli" arabi sanno benissimo che una volta che lo stato palestinese verrà fondato finiranno gli aiuti occidentali e dovranno essere loro, i fratelli, ad occuparsi dei fratellini minori e minorati.
Le linee telefoniche tra Il Cairo, Damasco, Amman e Riad saranno diventate incandescenti, immagino che avranno anche dimenticato la frase di commiato "Allāhu Akba" preoccupatissimi dallo scenario post negoziati.
Probabilmente i più preoccupati sono giordani e egiziani.
Il regno hashemita ha una popolazione composta, per la stragrande maggioranza, proprio di palestinesi, cosa accadrebbe se la West Bank diventasse lo Stato di Palestina Libera?
abdullah
Re Abdullah di Giordania
La Giordania si troverebbe ai confini i discendenti, nemmeno tanto lontani, di coloro che vennero cacciati proprio dalla Giordania dopo un bagno di sangue di proporzioni bibliche (Settembre 1970 conosciuto come il Settembre Nero), è facile immaginare che il terrorismo palestinese (è una pia illusione che con la formazione di uno stato palestinese il terrorismo svanirebbe d'incanto) si rivolgerebbe anche verso i fratellastri, i giordani, nel tentativo di destabilizzare la monarchia e poter formare un unico stato palestinese comprendente l'attuale Giordania e la West Bank.
Sarebbero tempi duri per re Abdullah di Giordania che sulle orme del padre Hussein sta provando a dare alla Giordania un'impronta più occidentale e meno legata all'Islam radicale.
Anche gli egiziani avrebbero i loro problemi, la Striscia di Gaza staccata dalla West Bank, rimarrebbe sempre un'enclave a se stante sotto il controllo di Hamas e delle altre sigle della Jihad islamica.
Non dimentichiamo che Hamas è legatissima alla Fratellanza Musulmana che in Egitto sta dando non pochi problemi a Mubarak, e la decisione di presentarsi alle elezioni del 2011 aggraverà di non poco la situazione di tutto l'Egitto che rischia di diventare un'altra vittima del fondamentalismo islamico, Gaza potrebbe diventare il territorio, senza legge, dal quale far partire azioni che questa volta avrebbero come obiettivo la traballante pseudo-democrazia egiziana.
L'Arabia Saudita non apprezzerebbe certamente di avere a nord una Giordania destabilizzata e dall'altra parte del Mar Rosso, a pochi kilometri dalle sue coste, un Egitto fondamentalista.
Per gli arabi uno scenario come quello appena descritto è quanto di peggio gli possa capitare, perché andarsi a complicare la vita?
Ma, e soprattutto, quali argomenti potranno essere usati contro Israele una volta che sarà proclamato lo stato palestinese?
Quando il benessere della popolazione palestinese dipenderà esclusivamente dai suoi governanti e dai "fratelli" arabi come si potranno giustificare le lotte interne, gli omicidi, i campi profughi che, inutile illudersi, continueranno ad esistere a Gaza come in Libano?
La verità, quella che nessuno vuole vedere, è una sola: il mondo arabo NON vuole uno stato palestinese.
 

Golda Meir

1golda_meir2Possiamo perdonare gli arabi se uccidono i nostri bambini. Ma non possiamo perdonarli se ci costringono ad uccidere i loro. Avremo la pace solo quando gli arabi ameranno i loro bambini più di quanto odino noi.

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